SEGNALI DI FUMO, DE ROSA E’ TORNATO

Giacomo De Rosa è un folle.

Diciamocelo subito, in modo da fugare ogni dubbio e preparare l’ascoltatore alla débacle del cliché, alla Caporetto del mainstream che è “Segnali di fumo”, il suo secondo disco dopo l’ottimo esordio di “Il cuore oltre l’Aurelia”; ed è un folle per diversi motivi, tutti meritevoli di essere citati ed elencati per dare la misura di un’operazione di recupero culturale che, in direzione ostinata e contraria rispetto alle correnti lascive del nuovo pop – impegnate più ad abbacinare che ad abbracciare, a svestire con volgarità piuttosto che a mettere a nudo l’anima di chi ascolta, e di chi canta -, punta dritto al cuore della tradizione non solo cantautorale ma letteraria in generale, attraverso la mano ferma di una scrittura attenta, mai banale, e per questo – potremmo dire – orgogliosamente demodé.

Da quando, infatti, senso e significato sono diventati oggetti appartenenti ad una retorica passatista destinata ad accumulare polvere sugli scaffali di cervelli in esaurimento scorte, relegati dall’accademismo nozionistico alla funzione di meri gregari di una storia che già pare scritta per dimenticarsi di noi (figli disobbedienti alla legge del branco e al crepuscolo degli Dei); da quando, insomma, tutto ciò che è “culturalmente” elevato è diventato sinonimo di “pedante”, “intellettuale” (da leggere con tono sprezzante), “radical chic”; da quando, in conclusione, l’involuzione del gusto ha preso per mano la detonazione di ogni etica ed estetica, allora anche un disco come “Segnali di fumo” – che in una società civile e progredita dovrebbe essere normalità – è diventato automaticamente, come detto sopra, demodé. E io gongolo nel pensare che, forse, questo fosse proprio l’obbiettivo dell’autore, e di chi con lui ne ha curato la produzione artistica: se nell’era della Bugia universale dire la Verità è atto rivoluzionario, la stessa cosa si può dire di un disco pensato, nato e partorito per essere rivolta ad un sistema di pensiero dominante, semplicemente esistendo.

Chi ha deciso che il pubblico italiano è tanto stupido, assopito e ineducato da non poter distinguere un piatto di risotto ai funghi da una confezione di lasagne che di “fatto in casa” ha solo la dicitura sul cellophane, impressa industrialmente accanto alla scansione di azioni illustrate – a prova di scemo – utili a capire come spacchettare, riscaldare, consumare e dimenticare per sempre il pasto ingerito (sì, perchè certe cose non si gustano, ma si ingeriscono in modo quasi meccanico e inconsapevole)? Abbiamo ancora bisogno di farci prendere in giro da un mercato che non ci ritiene all’altezza di apprezzare un disco impegnato e impegnativo, solo perché assuefatti dal sistema a singoloni da take away e fast food, destinati a consumarsi consumandoci? Insomma, davvero non siamo più capaci di meritarci (e pretendere) altro che non siano fondoschiena abbronzati, pubblicità occulte di ogni brand possibile (che cosa indie, oh mamma mia!), epinici a weekend alcolici ed epitaffi per cuori infranti? Magari è così, e anche se ci crediamo assolti – a questo punto – siamo lo stesso coinvolti. Ma se così davvero fosse, a maggior ragione mi sentirei di ribadire l’esordio di questa isterica recensione confermando De Rosa come un folle ed elevando “Segnali di fumo” ad un disperato e meraviglioso atto di resistenza.

Dentro il disco del cantautore toscano si rincorrono immagini ardite, topoi poetici, pagine di letteratura: “Segnali di fumo” si erge a contenitore di bellezze perdute, eleggendosi così – come dicevo sopra – ad operazione di recupero perché frutto di una sensibilità memore di perdute arcadie e assolutamente poco incline a rassegnarsi alla dilagante banalità del male: a De Rosa poco importano gli aggettivi che possono essere spesi su di lui, perché Giacomo – rendendo onore alla lunga tradizione letteraria implicita nel suo nome di battesimo – pare essere più impegnato nell’affannosa ricerca di senso estetico utile a trovare gli aggettivi giusti a disegnare il suo, di mondo ideale. Ecco che dalla penna dell’autore, prendono vita ninfe e passanti indimenticabili, giochi di specchi che riflettono verità indecise sulla superficie increspata di una voce anomala, lontana dagli stilemi del nuovo pop ma mai così vicina alla giusta umanità, utile a ricordarci che dietro le maschere possono ancora nascondersi – e in piena vista – volti splendidamente genuini, e veri.

“Segnali di fumo” è un disco da ascoltare. Il metodo “track by track” ridurrebbe la portata semantica di un polittico musicale che solo nella totalità delle sue sfaccettature sa rendere efficacemente le variazioni cromatiche di un occhio poetico gentile, variegato e duttile. Insomma, fatevi del bene e carezzatevi un po’ i neuroni: “Segnali di fumo” è un disco che fa bene alla testa, oltre che al cuore.